Lu mulenare
Nei
decenni passati in Sammarco c'erano diversi mulini: in via Sant'Antonio
di Padova, che credo sia stato il più antico, in via Lungo Jana, via
Rosselli e piazza Oberdan (sope li puzzera). Quest'ultimo,
notevolmente aggiornato e modificato, è ancora in attività, certamente
un'attività, come è ovvio, molto ridotta.
Quei
mulini lavoravano a pieno ritmo e tutti i giorni perché la popolazione
sammarchese era più numerosa di oggi e, soprattutto, perché ogni cosa
che si faceva in paese si basava prevalentemente sull'attività dei
contadini. Pertanto, i cittadini, nella loro stragrande maggioranza,
panificavano da sé dopo aver acquistato il grano e averlo macinato al
mulino del proprio rione. Erano poche le famiglie che comperavano il
sacco di farina al negozio.
Per il
mugnaio era difficile mimetizzarsi tra gli altri lavoratori in quanto
era sempre pieno di polvere bianca, al contrario del carbonaio.
La sede
del mulino doveva essere ampia perché, oltre che per macchinari e
attrezzature varie, occorreva spazio per il deposito dei sacchi di grano
e di farina. Il mulino era, grosso modo, così composto: una grossa
piattaforma orizzontale fissa su cui veloce girava una grossa ruota
anch'essa di pietra; dalla tramoggia, poi, scendeva il grano che veniva
triturato e macinato a seconda della richiesta del cliente. La prima
categoria era la farina fina, libera da ogni impurità; vi era poi una
categoria media e, infine, vi era la terza, quella dei più poveri, con
la crusca non del tutto separata. Per questa operazione di primaria
importanza ci si serviva del regolatore che influiva sulla ruota dalla
cui posizione dipendeva la qualità della farina. Per coprire
completamente piattaforma e ruota c'era un cassone in legno e, sopra
tutto, la tramoggia a forma quadrangolare, a piramide, sempre in legno,
nella cui bocca si versava il grano che andava nella macina. La farina,
poi, finiva nelle catose (frullatori), specie di mestoli
triangolari che la ricevevano e nel giro che facevano la raffreddavano,
poiché la farina usciva calda a seguito dell'azione della ruota sulla
piattaforma. Dalla macina usciva farina e crusca: dal grano duro, in
media, si ricavava l'ottanta per cento di farina e il venti di crusca; da
quello tenero, di solito, il settantacinque per cento contro il venticinque.
Tra la piattaforma e la ruota c'era una paletta, che aveva la funzione
di raccogliere la farina che usciva dai loro lati forniti di una quantità
notevole di scanalature.
Era
questo un lavoro organico tra operaio e macchina e tutto si svolgeva nel
modo migliore, anche perché il mugnaio, operaio esperto, riusciva
sempre a conciliare il lavoro della macchina con le esigenze dei
clienti.
Per
mantenere tutto in perfette condizioni di lavoro, sia la ruota che la
base della piattaforma, almeno due volte al mese, andavano
"martellate" con un arnese il quale aveva il compito di
"ripassare" le due facce per far sì che non si consumassero e
perdessero la presa sul grano.
Ogni
mulino aveva il suo carretto e cavallo con il relativo carrettiere, che
girava per le strade del paese a caricare il grano dei clienti e
portarlo "al proprio mulino" e, dopo, riportare indietro la
farina e la crusca e ricevere il conto da pagare.
Non era
raro vedere contadini con il proprio bestiame carico di sacchi di grano
diretti al mulino per procurarsi la farina bianca, ma anche quella
gialla del granoturco per la polenta durante l'inverno. Gli agricoltori
della pianura si servivano dei loro carretti perché portavano farina in
gran quantità, avendo da panificare, oltre che per la propria famiglia,
anche per il personale alle dipendenze.
Un
anziano, nostro carissimo amico, ci ha fornito queste notizie essendo
stato operaio dei mulini sammarchesi per molti anni. |