Lu
cantenere
Dopo
quarant'anni pensò di ritornare a Sammarco da dove era partito ancora
giovane per l'Australia. Ritornò per far visita ai suoi parenti rimasti
ancora in vita e agli amici d'infanzia e di prima gioventù. I
sammarchesi che ritornano dopo molti anni alloro paese nativo non sono a
digiuno dei cambiamenti avvenuti nel corso degli anni; tuttavia, il
paese per questi emigranti è irriconoscibile. Le informazioni non
mancano perché in paese arrivano di frequente gruppi o famiglie per
passare le ferie che, poi, riferiscono alla numerosa comunità residente
in quella terra. A Melbourne, a Sydney, a Camberra ci sono sammarchesi
che oramai non pensano più di ritornare in quanto i loro figli si sono
sposati e intrecciati con figli e figlie di cittadini di altre regioni
d'Italia e di altre nazioni. Là si son fatta la casa e, con essa, una
posizione non solo economica e sociale, ma anche (perché no?)
culturale. Tuttavia, la nostalgia è dura a morire e per questo spesso
li si vede arrivare e girare per le vie del paese in cerca di parenti di
altri paesani per portare loro un saluto dalla terra lontana.
Uno
di questi tornò dopo quarant'anni e più e rimase meravigliato per le
trasformazioni subite dal paese: il centro abitato, pur essendo
diminuita la popolazione residente, si è esteso molto con palazzi
moderni. Anche la constatazione dell'emancipazione femminile lo ha
impressionato ed ha definito i giovani sammarchesi molto belli.
Ma,
la cosa che maggiormente lo ha impressionato è stata la scomparsa delle
cantine, cioè dei vecchi locali dove prima della seconda guerra
mondiale, ma anche dopo, i lavoratori di Sammarco andavano a giocare a
carte e bere il vino. Al tempo della sua partenza, in paese di cantine
ve n'erano molte e tutte accoglievano quotidianamente i clienti che
andavano a passare il tempo giocando a carte. I giochi più diffusi
erano il tressette, la scopa, ma, soprattutto ce menava la legge.
Il
gioco consiste nel dare quattro o cinque carte a testa ai partecipanti
e, tra questi, i due che realizzavano più punti diventavano patrone e
sottepatrone e avevano la facoltà di disporre del vino: lo
potevano distribuire, più o meno equamente, oppure potevano berlo solo
loro due e fa juleme gli altri.
In
paese gli uomini frequentavano con una certa assiduità le cantine.
Soltanto i professionisti si tenevano lontano, in quanto avevano un loro
circolo (lu circule de li signure).
A
pensarci adesso, dopo tanto tempo, le cantine non è che fossero
proprio accoglienti, anzi. Monolocali senza finestre, male illuminate e
peggio imbiancate e, comunque, abbrunate dal fumo di sigarette, sigari,
pipe: erano, soprattutto, sporche. Non c'erano tavolini e sedie per gli
avventori, ma banchi lunghi almeno due metri. Al posto delle sedie
c'erano panche, anch'esse lunghe e capaci di accogliere sei, sette
persone a sedere. Queste suppellettili non venivano mai pulite e il vino
che sgocciolava dal boccale veniva assorbito dalle maniche delle giacche
dei giocatori.
A
quei tempi c'era la birreria sita nell'attuale piazza Gramsci e veniva
frequentata, generalmente, dagli agricoltori della pianura, i cosiddetti
massare. C'era anche qualche caffè, ma la maggioranza della
popolazione maschile, dai contadini ai pastori e ai lavoratori in
genere, passava i giorni di festa in questi locali. Spesso, per qualche
malinteso o per un nonnulla, ma sempre dopo poderose bevute, scoppiavano
risse furibonde che si concludevano anche a curteddate. Alla
povertà endemica, così, si aggiungevano le spese del medico e
dell'avvocato.
Il
cantiniere stava dietro il suo banco e mesceva il vino bianco o rosso a
chi lo richiedeva, segnando volta a volta la quantità di vino servito a
questo o quel gruppo (rote). Ma quegli appunti servivano a poco,
poiché alla fine si discuteva sempre sulla quantità di vino consumato:
gli avventori, dopo tanto bere, dimenticavano quanti litri di vino
avevano tracannato, anche se a volte era il gestore che, approfittando
dell'ebbrezza dei clienti, lievitava la quantità, per cui i conti si
facevano e rifacevano ma non tornavano mai.
Sui
muri di quei locali poco aerati e meno illuminati campeggiavano
immancabilmente almeno tre quadretti con disegni significativamente
moraleggianti. Uno di questi rappresentava un tavolo con quattro
giocatori di carte con il berretto e a piedi nudi. Tra le dita dei
piedi, appunto, uno dei giocatori teneva infilata una carta da porgere
al compagno. Uno degli avversari, invece, era rappresentato nell'atto di
alzarsi con una bottiglia in mano per scagliarsi contro il baro. Morale:
non è ammesso il gioco disonesto.
Gli
altri due quadretti rappresentavano due osti: uno, che faceva credito ai
clienti, era seduto, magro, macilento e con le mani tra i capelli: la
baracca andava male; l'altro, invece, quello che il credito non lo
praticava, era anche lui seduto, bene in salute, con un panciotto ben
stirato e con un viso allegro e soddisfatto. Non è difficile immaginare
il messaggio: far credito significa fallire e mandare all'aria
l'esercizio. Ma, in definitiva, il credito era praticato perché,
diversamente, si rischiava di rimanere senza avventori o quasi.
Ad
essere sinceri, i bevitori, nonostante il grave difetto che avevano, cioè
di bere eccessivamente, avevano comunque il pregio di mantenere la
parola data e, quando si presentava l'occasione di qualche soldo in
tasca, non sgarravano mai e, puntualmente, si recavano a saldare i conti
in sospeso.
Ma
torniamo alla legge. Fatto lu patrone e lu sotte, questi,
come accennato, avevano la possibilità, dopo tacito accordo, di bere
tutto il vino. Diversamente, lu patrone invitava, per esempio,
due bicchieri di vino e lu sottepatrone poteva destinarli a chi
voleva dei presenti; oppure, poteva, ed accadeva il più delle volte,
prendere possesso: in questo caso, lu patrone doveva riempire i
bicchieri e lu sotte doveva bere continuamente, senza staccare le
labbra dal bicchiere, pena la perdita del possesso. Anche lu patrone,
mentre l'altro beveva al bicchiere, aveva la facoltà di attaccarsi
al boccale e bere fino all'ultima goccia. Finito il vino e le due
partite di tressette che decidevano chi doveva pagare (naturalmente i
perdenti), si ricominciava a dare le carte e si andava avanti fino a
notte fonda, per essere, ubriachi fradici, scacciati in malo modo
dall'esercente.
In
verità, in quel vino di alcool doveva essercene ben poco, essendo il
gestore alle prese con le difficoltà quotidiane della vita e con le
tasse. Se non avesse integrato i guadagni con abbondanti annaffiate di
acqua nel vino, difficilmente ce l'avrebbe fatta. E poi si trattava,
tutto sommato, di un'operazione a fin di bene: si beveva più vino e ci
si ubriacava di meno. Una bella teoria, che, tuttavia, era meno dannosa
di intrugli che pure qualche cantiniere poco onesto faceva con cartine e
sostanze tutt'altro che alcoliche, ma molto concilianti per sapore e
gusto e che ingannavano gli "intenditori" che, dopo aver
trattenuto un sorso, lo mandavano giù e facevano schioccare la lingua
per dimostrare che era puro e di ottima qualitù. Ma, non si racconta
che il vecchio prima di morire disse ai figli: "Il vino si fa anche
con l'uva"?
Quando
l'emigrante entrò in una delle ultime cantine e vi trovò i
tavolini e le sedie e, oltre al vino, pure la birra, liquori, caramelle
e cioccolatini, si convinse che molti anni erano passati da quando partì
per l'Australia: tutto era cambiato e Sammarco non era rimasta ferma.
Credeva di trovare tutto come prima e invece, poverino, è rimasto
deluso.
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