Roman il Prode e il naufragio annunciato
Andrea Camilleri
Si capì subito, fin dal momento che il malandato barcone salpò, che l’imbarcazione avrebbe tenuto assai poco il mare. Per metterlo in condizione di navigare erano già occorsi giorni e giorni di paziente calafatura, pece e stoppa si erano sprecati per tappare le falle, ma il fasciame era troppo usurato e di certo non avrebbe potuto reggere a qualche ondata più forte delle altre. Il comandante Roman, detto il Prode, inoltre, aveva imbarcato un equipaggio eccessivo, più di cento tra ufficiali, sottufficiali e marinai, mentre il barcone avrebbe potuto contenerne al massimo una quindicina.
Questo
sovraccarico faceva sì che la linea di galleggiamento fosse di circa
mezzo metro sotto il limite di sicurezza, bastava insomma che un
gabbiano si posasse sull’unico albero e il barcone sarebbe andato a
fondo. L’equipaggio inoltre era troppo eterogeneo, c’erano alcuni
teodem (popolazione nota per il fanatismo religioso), molti
sempercoglion (popolazione famosa per la stupidità), qualche approfitt
(popolazione celebre per ricavare il suo tornaconto da ogni
situazione), numerosi lassafà (popolazione costituita da varie tribù
ognuna delle quali pensava solo a se stessa) e perfino alcuni
discendenti dei famosi tagliatori di teste del Borneo. Per di più Roman
il Prode non aveva il polso necessario a mantenere l’indispensabile,
ferrea disciplina, si dedicava esclusivamente ad inventariare lo scarso
approvvigionamento stivato nella cambusa assieme al capocambusiere, Pad
Schiopp, il quale, fin dalla partenza, aveva cominciato a razionare i
viveri e li riduceva sempre più ogni giorno che passava. Il barcone
apparteneva a una società (Unione spa) che si fondava su di un capitale
irrisorio, appena 25 mila (ma alcuni dicevano di meno) euro, del tutto
insufficiente per affrontare spese impreviste. Che la navigazione non
sarebbe stata tranquilla, lo si vide immediatamente, una feroce guerra
di religione scoppiò quasi subito: i teodem volevano buttare a mare due
marinai omosessuali che intendevano farsi sposare dal comandante (il
quale, come si sa, ne ha facoltà, essendo Capitano dopo Dio); al terzo
razionamento i tagliatori di teste del Borneo, ritrovate le antiche
tradizioni, arrivarono a minacciare la decapitazione dello stesso Roman
il Prode; i lassafà chiedevano quotidianamente a Pad Schiopp un
trattamento di favore minacciando ritorsioni. Allungatasi
inspiegabilmente la navigazione, forse perché, per i venti contrari,
l’imbarcazione scarrocciava e non manteneva la rotta prevista, i viveri
scarseggiarono e in un battibaleno il barcone si tramutò nella zattera
della Medusa, si verificarono infatti numerosi episodi di cannibalismo.
In questa situazione, Roman il Prode dovette ordinare degli arresti, ma
il commissario di bordo, tale Mas Tellah, un levantino, pensò bene di
liberare i carcerati sostenendo che la cella era troppo piccola per
contenerli tutti. Appena tornati in libertà, gli ex carcerati non solo
si abbandonarono a furti e rapine, ma si misero a compiere atti di
sabotaggio sotto la protezione dello stesso commissario di bordo.
Qualcuno allora si mise in sospetto: perché Mas Tellah non perdeva
occasione di proclamare che avrebbe abbandonato la nave se non si
faceva quello che lui voleva? E perché frequentava nottetempo il
timoniere? Uno tra i marinai più coraggiosi, penetrato nella cabina del
commissario, scoprì la terribile verità. Il cuore di Mas Tellah batteva
non per la Unione spa ma per un’altra potente soscietà marittima, la
Medset, dotata di un capitale di 25 mila miliardi di euro, e
frequentava il timoniere perché questi aveva il compito di portare
l’imbarcazione a sbattere sugli scogli. I due avevano ricevuto dalla
Medset l’assicurazione che per loro sarebbe stato approntato un canotto
di salvataggio. Di tutto questo venne avvertito Roman il Prode, ma
egli, essendo uomo di smisurato, caparbio orgoglio, non volle ammettere
l’errore d’avere imbarcato Mas Tellah e non solo lo lasciò fare, ma
approvò fuor da ogni logica il suo operato. E adesso gli scogli si
ergono minacciosi davanti alla prua e il nostro destino è segnato.
Tanto più che questo mare ribolle di feroci squali di razza Berlusc. Ho
fatto appena in tempo a scrivere questo biglietto e a infilarlo in una
bottiglia. Se qualcuno avrà modo di leggerlo, saprà perché abbiamo
fatto naufragio. Che Dio abbia pietà della mia anima.
Questo breve racconto di Andrea Camilleri apre il nuovo numero della rivista MicroMega, tutto sul tema «La legalità è il potere dei senza potere», con articoli tra gli altri, di Carlo Lucarelli, Marco Travaglio, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo, Luigi De Magistris, Margherita Hack
Questo breve racconto di Andrea Camilleri apre il nuovo numero della rivista MicroMega, tutto sul tema «La legalità è il potere dei senza potere», con articoli tra gli altri, di Carlo Lucarelli, Marco Travaglio, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo, Luigi De Magistris, Margherita Hack