Mezzogiorno, quando vince la politica dei partiti-persona
Poli polverizzati, sigle nazionali inesistenti, reti di clientele.
lacona su Raitre racconta il ritorno «modello»dei notabili
di Vincenzo Vasile
da l'Unità del 6 marzo 2007
VENDERE POLITICA Visto in tv.
Domenica in seconda serata su Rai Tre. C'è uno che veste griffato, ha il gel sui capetti, la moglie tiene il poster del "Che" in camera. Viaggia per la Calabria in lungo e in largo. Come un rappresentante di commercio. Solo che non si limita a vendere il prodotto (in questo caso "vende" un sindaco da eleggere, molto ma molto lontano per formazione e aspetto da Guevara), e compra - detto senza moralismi- voti e consensi. In cambio di promesse. Posti di lavoro. Ma anche impegn più leciti, o veniali: raccomandazioni, pardon segnalazioni, all'esame universitario; radiografie e Tac senza bisogno di far la fila. Ha uno schedario, su foglio Excel, il "rappresentante": prima riga nome e cognome; sesonda i componenti del nudeo familiare; e per terza, ultima riga, ma non ultima, soprattutto il seggio elettorale. In calce a ogni famiglia, c'è una nota: problemi. Lui li risolve. Se ne vanta senza spocchia, con proprietà di termini e lessico neutro. Senza accorgersi di fare la versione sorridente e più innocua di quel killer in "Pulp Fiction" di Quentin Tarantino, che si presentava sul luogo del prossimo delitto: "Sono Wolf, risolvo problemi".
C'è un altro, che è divenuto lo sponsor imprenditoriale del candidato, ed è l'ex-sindaco di Catanzaro non rinnovabile (alle elezioni di dieci mesi fa, ma poi si vedrà), che abbraccia e bacia centinaia di elettori, per strada, nelle botteghe, negli uffici, in una della sue fabbriche. E a tutti rivolge la stessa domanda. Che contiene giàla risposta: "Tutto a posto?". Poi, ma solo al termine della filiera elettorale, c'è il candidato che fa un comizio tradizionale, che sembra una gag del comico Albanese: "Vi avevo promesso che non sarebbe venuto a piovere, e il cielo è limpido...". E quando si aprono gli ombrelli: "Quella promessa del cielo sereno l'ho mancata, ma vi prometto che vinceremo....".
Si trasferisce in uno studio tv, registra uno spot che contiene parole vuote, ma la sua spedalità - gli dicono - è "il sorriso". E lui sorride.
È da replicare, da meditare, affidare a un trattato di antropologia politica, ma anche a qualche congresso di partito che si voglia applicare a una discussione vera, la trasmissione-gioiello di Riccardo lacona, dal titolo "Pane e politica". Anzi: "Pane & politica", con la "e" commerciale a unire i due termini. E questo è forse l'unico cedimento esplicito all'indignazione che il tele-giornalista si sia concesso. Beccandosi, però, incomprensibilmente ieri una reprimenda del sindaco di Catanzaro, Rosario Olivo. Cioè da colui che è uscito, per l'appunto, vittorioso dallo scontro elettorale, che la tv ha immortalato: «amarezza profonda..., ferita al volto della città che non è quello sfigurato mostrato in televisione», con conseguente lezioncina: «bisognava inquadrare il momento elettorale, un momento di fibrillazione ed emotivo... un particolare momento...». Ora, ciò che colpiva in 'Pane & politica" era l'assoluta assenza di emotività per la presenza di un analogo, anzi apparentemente uguale, pulviscolo clientelare di favori, raccolte di voti, che appariva presente da tutt'e due le parti. Tutte le liste che sostenevano i candidati finiti al ballottaggio (ambedue comprendenti partiti del centrosinistra) erano accolite di "ex": da un lato un ex deputato ds (di lungo corso ed ex sottosegretario del governo Prodi insieme all'ex sezione dei Pdci al completo che ha chiuso la sede e s'è trasferita in quella dell'Italia dei Valori, a sua volta sostenitrice del candidato espresso dall'Udeur; dall'altro, un ex psi, che ha l'appoggio di una parte dell'Ulivo e del partito personale del governatore regionale Loiero. Il quale nella piazza del comizio finale plaude alla "trasparente" convergenza di An per il ballottaggio.
Un'ipotesi di lettura non necessariamente criminalizzante (in questa prima puntata non s'è ancora sfiorato il caso Fortugno) è che nella crisi dei partiti tradizionali si siano fattì avanti, in Calabia e nel Meridione più che altrove, più o meno piccoli, ma organizzatissimi partiti-persona. imperniati sui proprietari minuscoli, piccoli, medi e grandi di minuscoli, piccoli, medi e grandi pacchetti di consenso. Nei loro comitati elettorali essi espongono la scritta più alla moda: "società civile". Non hanno tutti i torti. Sono gli eredi di un fenomeno tipico del notabilato e della struttura clientelare meridionale che l'esistenza di radicate sigle partitiche nazionali, a destra, come al centro, come a sinistra, in qualche modo ha coperto per cinquantanni, come il coperchio di un calderone.'
Le sigle del passato non contano più di tanto, anzi non ci sono più. Ma non contano, come documenta lacòna, neanche gli schieramenti, i "poli" della grande politica, letteralmente polverizzati. C'è chi -crediamo in buona fede - mentre fa la campagna elettorale per la destra locale, già si candida a partedpare al futuro partito democratico. E ambedue le liste in lizza pullulano di "ex". In una fantasmagoria che fa leva sugli indefessi raccoglitori di voti, vecchi/nuovi "professionisti" della della politica. Anche loro, i giovani, aono già "ex" di qualcosa, di qualcuno. E dichiarano ai microfoni (non solo bisbigliano captati dagli amplificatori tradizzionali) che se vince il candidato X, pur non aspirando ad un posto in consiglio comunale, per loro si aprono posti in commissioni, consigli di amministrazione e consulenze. Più redditizie di un assessorato.
Piccoli poiitici crescono. E ciò non depone a favore dei criteri di reclutamento e di selezione di una nuova classe dirigente. Non è ii "caso Catanzaro". Il sindaco può tranquillizzarsi. C'è in quelle immagini di Raitre una metafora nazionale preoccupante, un'ombra da diradare. Di cui discutere. Oppure si preferisce rassicurare il pubblico, come fa quel signore incravattato: "Tutto a posto?".