Andrea Camilleri: «Il Sud muore tra rifiuti e Cuffaro»
Roberto Cotroneo
Dall’immondizia
in Campania al caso Mastella, passando per la condanna del governatore
della Sicilia. Ne discutiamo con Andrea Camilleri, siciliano appunto,
uno degli scrittori più famosi del mondo. «È la questione meridionale,
e che di volta in volta può assumere la forma di spazzatura, di
Mastella, di Cuffaro, di camorra, di mafia, e tutto quello che
vogliamo. Ma sempre una maniera di arrampicarsi per sopravvivere in
un’Italia nettamente divisa in due».
L’immondizia in Campania,
il ministro Clemente Mastella indagato e la moglie agli arresti
domiciliari. Antonio Bassolino travolto dalle accuse. Totò Cuffaro,
governatore della Sicilia condannato a cinque anni con l’interdizione
perpetua dai pubblici uffici. E nonostante questo decide di non
dimettersi. La politica, di centro destra come di centro sinistra,
travolta da una vecchia storia che ci portiamo dietro da 150 anni, e
forse di più. Fatta di due paroline semplici semplici: questione
meridionale. Anzi, di più: la nuova questione meridionale, che ormai
non è più soltanto emergenza criminalità, ma emergenza totale. Siamo
andati a bussare alla porta di Andrea Camilleri, siciliano, uno degli
scrittori più famosi del mondo. Per capire assieme a lui i termini di
questa emergenza, che rischia innanzi tutto di travolgere il centro
sinistra, e l’intero paese.
Camilleri, cominciamo da Cuffaro?
«Per ciò che riguarda Cuffaro, io esprimo la mia solidarietà assoluta a Cuffaro».
Prego?
«Siamo
in un periodo in cui va di moda esprimere la solidarietà, e quindi io
non vorrei essere da meno. Per un fatto molto semplice: non si capisce
perché venga condannato a cinque anni e alla interdizione perpetua dai
pubblici uffici, un signore che ha passato un’informazione a un altro
signore, non sapendo che quest’altro signore era legato alla mafia.
Quindi o lo si assolve riconoscendogli la buonafede, o lo si condanna a
quindici anni, con tutte le aggravanti del caso».
Con questo ragionamento cosa vuole intendere?
«Che
ancora una volta la magistratura ci mette il carico da undici, nella
direzione dell’ambiguità. Noi viviamo in un paese assolutamente ambiguo
dove non c’è più un’istituzione che non sia toccata dall’ambiguità dei
comportamenti. Trovo questo il punto di decadenza massima di un paese».
Cerchiamo
di mettere a fuoco il concetto di ambiguità. Ambiguo perché non si
capisce? O ambiguo perché si dice una cosa per l’altra?
«No,
si capisce benissimo, purtroppo. Senonché questa cosa che si capisce
benissimo viene proposta in un modo tale che diventa un’altra cosa. Noi
abbiamo avuto, per esempio, una sentenza esemplare, per richiamarci a
un titolo di Leonardo Sciascia, che è quella di Giulio Andreotti.
Andreotti è stato riconosciuto, da una sentenza definitiva, colluso con
la mafia fino al 1980. Ma questi reati sono stati prescritti. Come è
stata presentata all’opinione pubblica? Come un’assoluzione per
Andreotti. Ecco un caso di ambiguità».
D’accordo. La sentenza Cuffaro sarà pure ambigua, ma lui dovrebbe comunque dimettersi.
«Non
lo fa perché lui dice: vedete, non sono stato condannato per concorso
esterno con la mafia. Dunque posso restare al mio posto. Nonostante
avesse dichiarato che in qualunque caso e con qualunque sentenza lui si
sarebbe dimesso. Questi qui non si scrostano dal loro potere. Perché
scrostarsi dal potere per Cuffaro vuol dire far cadere l’Udc in
Sicilia».
Un altro che non si dimette è Bassolino. Per motivi assai diversi. Ma certo gravi.
«Bassolino?
Senta, i miti invecchiano. Non dovrebbero, ma purtroppo invecchiano. Il
compito di un mito è anche quello di avere la percezione
dell’appannamento del mito. Se non c’è questa percezione si finisce
travolti dalla monnezza».
E invece?
«E
invece io penso che se non fosse stato per il papa, se non fosse stato
per Mastella, i politici italiani avrebbero trovato il miglior
argomento al loro livello della discussione: la monnezza. Quello è un
livello dove si muovono bene».
Vuol dire che la monnezza è una metafora dei mali italiani?
«La
monnezza è la punta evidente di quello che per anni si continua a
ignorare volutamente, e che è la questione meridionale, e che di volta
in volta può assumere la forma di spazzatura, di Mastella, di Cuffaro,
di camorra, di mafia, e tutto quello che vogliamo. Ma sempre una
maniera di arrampicarsi per sopravvivere in un’Italia nettamente divisa
in due».
Ma sono anni che la forbice si allarga sempre più.
«Vede,
nell’Ottocento, quando cominciò a sorgere la cosiddetta questione
meridionale, c’erano parecchi deputati meridionali che si battevano per
la questione meridionale. Oggi si battono per altro, non per la
questione meridionale».
Parliamo della sinistra. Dal
luglio scorso, con il discorso di Veltroni al Lingotto di Torino a oggi
sembra passato un secolo. L’immagine del Pd fatica a uscire fuori. I
rimbrotti del papa, il problema della Campania, con Bassolino, con
Mastella, regione amministrata dal centro sinistra, il trasferimento di
magistrati come De Magistris...
«Senta, io verso il
partito democratico ho avuto un atteggiamento chiaro fin dal primo
momento. Ho pensato che era un qualcosa che non mi riguardava. L’estate
scorsa Veltroni mi chiese di fare da garante per ciò che riguardava il
Pd in Sicilia».
E lei cosa ha risposto?
«Rinunciai,
perché istintivamente ho pensato che non volevo avere nulla a che fare
con il Partito Democratico. Prima ancora che un fatto politico era un
fatto sentimentale. Per me a 81 anni, era la perdita totale della mia
identità di comunista. Mi hanno fatto diventare il mio abito da
comunista un vestito da Arlecchino, pieno di vari colori, e non ero
disposto a perdere gli ultimi dieci centimetri, di colore rosso che mi
erano rimasti, di quel vecchio costume che avevo indossato per
settant’anni. Però... ».
Però?
«Tutto
quello che è successo dopo nel partito democratico non ha fatto altro
che confermare le mie riserve. Comprese le inutili trattative con
Berlusconi sulla legge elettorale, dove Veltroni ha fallito».
Ma ne è sicuro? La partita non è ancora per niente chiusa.
«Senta,
il cavaliere è abituato come un danzatore a fare delle giravolte, e
l’altro ieri ha fatto un’altra giravolta, e ha detto: meglio il
referendum. Un’affermazione che pone fine a qualsiasi trattativa
possibile sulla legge elettorale. Il problema non è mettere la signora
Lario all’interno del Pd, ma è l’identità del Pd. Dove trovi la
senatrice Binetti, ma trovi anche persone lontanissime dalle posizioni
della Binetti».
Questo è pluralismo, posizioni diverse, è un arricchimento. O no?
«Certo.
Io ogni domenica a casa mia ospito degli amici. Uno dei quali è
fascista. L’altro giorno si è ammalato e io ho visto il mio salotto
diventare grigio perché mancava la sua voce. A casa mia. Non in un
partito politico. Un partito politico non può avere che dei timoniere
in una direzione. E non può avere dei timonieri che mettono la rotta su
diversi percorsi».
Lei pensa che la nuova questione meridionale sarà l’elemento che rischia di mandarci tutti a fondo?
«Ma
vede. Io penso che nel 2008 l’operazione colonialista, iniziata subito
dopo l’unità d’Italia nei riguardi del sud, sia arrivata al punto
finale: questa colonia del sud rendendo sempre di meno, sempre di più
viene abbandonata a se stessa. E la colonia del sud è come se non
facesse parte dell’Italia, come qualche cosa di aggiunto all’Italia.
Però se poi vado a vedere chi costituisce la mente direttiva delle
industrie del nord, dell’informazione del nord, mi accorgo che sono dei
meridionali. E allora mi sento in dovere di chiedere una
quantificazione in denaro delle menti meridionali che promuovono il
nord».
Vuole fare il conto?
«Voglio
metterlo sul piatto della bilancia. Voglio vedere quanto può valere il
cervello di un industriale meridionale che lavora e produce ricchezza
al nord».
Ci sono cervelli del nord che producono ricchezza al sud?
«No, non esistono, quel poco di ricchezza del sud è prodotta da gente del sud».
Lei ha una spiegazione?
«La
spiegazione risale al 1860. Quando una rivoluzione contadina venne
chiamata brigantaggio. Per cui uccisero 17 mila briganti che non
esistono da nessuna parte del mondo. Ed erano invece contadini in
rivolta, o ex militari borbonici. Tutto già da allora ha preso una
piega diversa. Quando fu fatta l’unità d’Italia noi in Sicilia avevamo
8000 telai, producevamo stoffa. Nel giro di due anni non avevamo più un
telaio. Funzionavano solo quelli di Biella. E noi importavamo la
stoffa. E ancora oggi è così».
Appunto, torniamo a
oggi. Tutti questi danni sembrano arrivare sulle spalle della sinistra.
Ma ancora non abbiamo toccato il caso Mastella.
«Mastella
è un errore politico di Prodi. Che ora sta scontando amaramente. Fino
al giorno prima della formazione del governo, io avevo appreso che
Mastella era in ballottaggio con Emma Bonino per andare al ministero
della difesa. Ci siamo svegliati il giorno dopo e abbiamo saputo che
Mastella era diventato ministro della Giustizia. Non abbiamo avuto
spiegazioni su cosa sia avvenuto quella notte. Ma è certo che fin dal
primo momento, io personalmente, dissi: questo è un errore madornale».
In che senso?
«Mastella
era il meno indicato a ricoprire l’incarico di ministro della
Giustizia. Intendiamoci: non è detto che doveva andarci un giacobino.
Sarebbe stato un errore di pari importanza. Ma al ministero della
Giustizia bastano persone di buon senso. Non dico di mettere Francesco
Saverio Borrelli. Ma una persona meno coinvolta di Mastella in quella
che è la concezione della politica come merce e come potere. Noi ci
aspettavamo un governo specchiato e adamantino. Mastella non è quella
persona. Noi sappiamo che Mastella è un uomo che ama trattare».
E adesso che cosa si fa?
«Adesso
assistiamo alle conseguenze. Ieri Berlusconi, cupamente, con il
foularino al collo, ha detto: dobbiamo tornare subito a votare per una
sostanziale riforma della giustizia. E tutti sappiamo cosa significa,
per lui, la riforma della giustizia».
Un’ultima domanda: lei pensa questo paese sia profondamente corrotto dal punto di vista filosofico e culturale?
«Sì.
Io sarò un pazzo però c’è una cosa che mi gira per la testa da un sacco
di tempo: gli italiani sono un popolo incolto. Basta vedere quello che
leggono e quanto leggono rispetto agli altri popoli. Sono convinto che
Berlusconi il suo potere lo ha preparato già da 30 anni a questa parte,
e dal momento in cui ha indirizzato in un certo modo le sue tv
commerciali. Da quel momento il livello culturale degli italiani si è
abbassato in maniera esponenziale. E lo vediamo dai deputati che
produciamo. La nostra è una nazione destinata a un misero decadimento
se non avviene uno scossone».
E lei crede sia ancora possibile questo scossone?
«Noi
siamo capaci di scossoni, ma solo quando arriviamo alle porte coi
sassi, come dicono i fiorentini. Non riusciranno più a fare la legge
elettorale. Arriveremo al referendum. Va bene così. Sarà devastante?
Che lo sia. Vedremo se poi riusciranno a rendersi conto che si devono
veramente cambiare le cose».
da L'Unità online del 21.01.08